Sono sempre stato affascinato dal pensiero di Michel Foucault, senza capirlo veramente sino a poco tempo fa. Non avevo mai capito se fosse uno sguardo di geniale disvelamento o la paranoia di un accademico che doveva fingersi radicale senza parlare di poveri, sfruttamento, liberazione reale. Ero incantato, come tanti, da questa analisi di un sistema di potere diffuso senza nome e senza i cattivi di turno. Mi sembrava più oggettivo il denunciare un sistema di dominio senza che ci fossero i dominanti. Era colpa del sistema, cioè di una cosa necessaria che non può avere colpa. E mi sembrava anche onesto o sincero che il buon Michel alla fine si fosse dedicato alla cura di sé, alle tecniche di gestione del proprio corpo e delle proprie passioni che tanto animavano il pensiero ellenistico: un’epoca post-post-moderna come la nostra non poteva certo aspirare al radicalismo platonico e neanche alla tranquilla sintesi aristotelica, al massimo potevamo rintanarci nella cura di noi stessi.
Pur non capendolo in fondo, pensavo, però, di capirlo più di quelli che dicevano di capirlo moltissimo. Mi sono sempre sembrati un po’ insicuramente paranoici: pur sapendo di non poter trovare alcuna liberazione e svelamento, i suoi accoliti si sono cimentati in un’opera di critica del potere diffuso. Come se criticare i dispositivi potesse impensierirli. La paranoia alimentata nel pubblico foucaultiano mi è sempre sembrata un risentimento populista senza la speranza della rivoluzione. In tutto questo l’intelligenza del buon Michel mi sembrava malriposta. Perché prigioni, istituti di cura, manicomi dovrebbero dirmi necessariamente qualcosa sulla nostra società?
Poi un giorno ho iniziato a capire. Ho iniziato a capire che il potere disciplinare che genera costrizioni tanto quanto crea capacità è qualcosa che esiste. Esiste e lotta insieme a me. Nel fare l’autovalutazione universitaria mi sono trovato costretto a scrutare il mio corso di studio con sguardo clinico e con metriche quantitative. Decine di pagine a usare indicatori di performance per dare un senso a verbali di riunioni in cui avremmo dovuto affrontare questi indicatori. E nel guardare questo scimmiottamento di una filosofia aziendale ormai passata di moda, mi è tornata in mente quella cosa che non avevo mai capito di Foucault: negli stessi anni in cui iniziava a parlare di neoliberismo e società disciplinare, si dedicava ugualmente alla nascita della pratica della confessione. Questo è ciò che stavo facendo: il ministero mi imponeva un sistema di controllo che in teoria serviva all’autonomia universitaria, e nel farlo ci chiedeva di dire oggettivamente la verità su noi stessi. Ci chiedeva (e di chiede) di confessarci. Non davanti a un prete o a uno psicanalista. Bensì davanti a un consulente aziendale abbastanza fallito da offrire i propri servizi agli enti statali e non più alle aziende.
L’autovalutazione confessionale che stavo scrivendo si rivelava, infine, per quello che era. L’unica dimensione della nostra realtà pienamente foucaultiana. Un dispositivo di controllo che, pur sostenendo di servire all’esercizio autonomo dell’università, si afferma come una costrizione indiretta per il tramite di un sapere spacciato per meccanismo veritativo. Sebbene il regime della verità ANVUR sia fatto di decine di indicatori statistici da applicare a ogni sfera della vita universitaria, il tutto si completa soltanto con l’apparato confessionale: una vera autovalutazione non può essere tutta positiva poiché deve sempre includere margini di miglioramento o elementi da monitorare. L’autovalutazione deve essere oggettiva ma penitenziale: non si può peccare di presunzione o pensare di superare sempre le medie di area.
Incoraggiati all’umiltà gestionale, a non presumere di essere pienamente eccellenti, potremo finalmente soddisfare l’ANVUR e forse anche il buon Michel. Ci aveva avvertiti ma per decenni la sua diagnostica non aveva trovato un vero campo di indagine. Ora possiamo ringraziarlo: Santo Michel, patrono dell’ANVUR.
*GLOSSARIO*
A.N.V.U.R.: Andirivieni Notarile di Verifica Ultimativa e Rancorosa. Ovvero agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca.
Autovalutazione: un commento autocritico all’andamento dell’università in cui i docenti stessi si incensano e si flagellano con moderazione. L’autovalutazione è il perno del sistema AQTM (Assicurazione della Qualità) con cui l’università non garantisce che il prodotto sia buono bensì che i dipendenti stiano facendo del loro meglio per rispettare le regole.
Foucault, Michel (1924-1984): filosofo, intellettuale pubblico, mito culturale, meme e tante altre cose. Pilastro di un approccio genealogico di critica radicale alle istituzioni sociali moderne, si è detto positivamente interessato alla rivoluzione khomeinista. Recentemente è stato accusato di essere il cattivo maestro della deriva verso un relativismo in cui proliferano le fake news, così come di essere divenuto servo del neoliberismo. Forse responsabile del delirio di paranoia che ne è seguito, e quindi sicuramente cattivo maestro, è stato accusato di tutto e il suo contrario. Quindi genio.
— 🪱 FZ
