È tutto queer

In totale onestà, non saprei come distinguere la mia insegnante d’inglese delle medie e una drag queen.

Mettiamo le mani avanti. Per “drag queen” si intendono tendenzialmente uomini che si travestono con un’estetica femminile. Tuttavia, anche le donne possono essere drag queen, pur mal digerite dalla comunità classica drag che affibia loro strani epiteti quali “bio queens” e “AFAB” (Assigned Female at Birth).

La mia insegnante era donna, una bellissima donna! Ma era anche evidente che per lei uscire di casa ed andare al lavoro fossero parte di una grande performance, una forma di espressione artistica, un meraviglioso gioco. A guardarla, non mancavano in lei forme di esasperazione di certe caratteristiche femminili. Il suo profumo era talmente intenso da essersi stampato nel mio sistema nervoso. Riuscirei anche oggi a riconoscerlo in mezzo a mille altri. Trucco e parrucco sempre perfettamente esagerati. Attendevi le sue lezioni come un’opera a teatro. I colpi dei suoi tacchi dal corridoio ti annunciavano lo spettacolo, come l’orchestra che accorda gli strumenti prima dello show. Entrava in classe scostando la porta come un sipario di velluto rosso. Si sedeva, immensa, avvolta nella sua pelliccia (ne aveva una per ogni occasione). Appoggiava platealmente le sue borse griffate sulla cattedra, chiamava il bar di sotto per ordinare il suo aperitivo post-lezione e, solo allora, potevamo iniziare. Era chiaro a tutti che il punto fosse assistere a quel teatro e cavarsela con qualche verbo irregolare imparato a memoria. Cosa mi è rimasto delle sue lezioni di inglese? Un bel niente dal punto di vista linguistico, ma molto sulla didattica della vita.

Mi viene in mente quella frase di Ru Paul quando afferma che: “siamo tutti nati nudi ed il resto è drag”. Ora, io non faccio parte di coloro che eleggono Ru Paul come un guru, una specie di Osho arcobaleno. Tuttavia, l’idea che tutti in qualche modo ci travestiamo per giocare alla vita è un pensiero profondo ed originale, se accettato in maniera leggera e senza troppi giri di parole. Dal fruttivendolo, in edicola, in portineria, in chiesa, al cinema, in ufficio e alla mensa, siamo tutti un po’ queer – eccentrici e strani, ma non in senso negativo, è tutto reciproco e costruttivo intrattenimento!

Mi sembra sempre più chiaro che l’abito fa il monaco, eccome, soprattutto per coloro che dicono di non monacare. Partiamo dall’esempio più facile: gli intellettuali. Ci sono quelli dall’aspetto un po’ unto, che combattono l’egemonia culturale indossando tutti occhiali tondi. Ci sono quelli che vestono solo tessuti tecnici e pile. Ci sono quelli che mantengono vivo il mercato dei completi di velluto a coste. Ma anche gli intellettuali con le t-shirt da “zzio” comprate o in bancarella o nei siti specifici per “zzii”. Tali scelte estetiche, spesso ingenerose, non si devono tanto tanto a depressione, precarietà, mancanza di tempo o gusto. Si tratta solo del problema del sembrare intellettuali, di proiettare quell’immagine. Può un intellettuale italiano andare in giro con una decappottabile verde fluo? No! Perché tale intellettuale deve sempre e comunque mostrare di non attaccarsi agli aspetti materiali della vita. Ma tranquilli, è solo mimetizzazione. Questi discorsi valgono per tutti. Ascolti musica tecno? Tagliati i capelli da rintronato! Fai politica? Non puoi non avere un completo blu navy e scarpe marron-glacé da abbinarci ogni tanto. Fai il muratore? Non azzardarti a farti vedere in giro senza una macchiolina di pittura! Sei ecologista? Dimostramelo portando la tua bici a braccio! Hai il reflusso? Rendilo manifesto in ogni modo, ordina sempre acqua a temperatura ambiente!

Il punto non è invitarci a rompere tali codici ma abbracciarli nella loro tenera innocenza e significato, spesso subliminale, non-politico, piuttosto semplice: è inutile che ti sforzi, è già tutto queer.

—🪱 Assunta Al Queerinale

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