Appello ai musei

Issue 1-17

Eminenti,

senza alcun numero alla mano, basandomi sulla semplice esperienza personale, su una visione parziale (!) e una fragile inferenza, mi viene da supporre che una bella fetta della torta degli utenti di mostre e musei da voi allestiti siano persone da ultraquarantenni in poi, di (grande) curiosità e probabilmente assidui lettori, magari fin dalla gioventù.

Su tutti quei libri letti e (una parte della vostra utenza) sulle pagine patinate di Playboy, nel tempo, ha lasciato qualche diottria. Il resto lo fa l’età, progressivamente, inesorabilmente.

Questa è la premessa: una parte (consistente?) del vostro pubblico è tra l’incudine della miopia e il martello della presbiopia, con traversoni di astigmatismo.

Capiamo l’aspetto estetico di certe scelte (sfondi, luci, ecc) ma non dimenticate la funzione fondamentale delle didascalie, delle targhette esplicative al lato delle opere.

Per molti di noi solo il sabato e la domenica sono i giorni deputati per lo svago, la cultura e le mostre. I giorni di maggiore affluenza, apparentemente.

Ragion per cui dobbiamo pazientemente farci spazio qualche pollice alla volta come Isiah Pacheco per chiudere il down e arrivare all’agognata didascalia.

Finalmente arrivati lì, talvolta ci troviamo – abbacinati dalla luce che illumina l’opera, di fronte a rettangoli(ni) fuori dal campo della luce stessa, con scritte bianche su grigio chiaro, caratteri in corpo 9, magari su materiali riflettenti se non addirittura traslucidi.

Come le leggiamo senza entrare nel raggio del sensore anti-avvicinamento?

Aiutateci per cortesia a capire perché. Perché non nero su bianco (sinonimo di chiarezza, non a caso), materiale opaco anti-riflesso e font di dimensione caritatevole?

Grazie

—🪱 Sir Gawain

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