Funzione epistemica della ciutìa

ciutìa

Come fare a distinguere un’idea geniale da una sciocchezza? La funzione epistemica della ciutìa può venirci in aiuto.

La ciutìa è come il rasoio di Occam: basta evocarla per capire quali soluzioni scartare per prendere decisioni più efficaci.

Con “funzione epistemica” ci riferiamo al ruolo che qualcosa (un concetto, un oggetto, una pratica) svolge nella produzione, organizzazione, trasmissione o giustificazione della conoscenza. Questo termine è spesso usato in filosofia, epistemologia e altre discipline che si interrogano sul modo in cui si costruisce e si valida il sapere.

E, a tal proposito, siamo convinti che la ciutìa abbia un ruolo importante, anche se poco conosciuto e sottovalutato dal grande pubblico. Questo strumento epistemico è rimasto celato nei secoli; un segreto gelosamente custodito dalla discendenza Sibaritica della Magna Grecia, oggi comunemente conosciuti come abitanti della provincia di Cosenza, Calabria. Prima di descrivere la funzione epistemica della ciutìa, introduciamo innanzitutto il termine.

Dal punto di vista etimologico, il termine ciutìa (pronuncia: /t͡ʃuˈti.a/) potrebbe avere origine dalla parola greca “κύτος” (pronuncia: chiùtos), ovvero cavità vuota per contenere liquidi. Forse, a richiamare il concetto di testa vuota, secondo alcuni linguisti.

Si dice che per entrare nella scuola di Pitagora, gli aspiranti matematici dovessero misurare e distinguere i gradi di ciutìa, più o meno così così:

  • R: numero totale di rotelle (idealmente presenti nel soggetto),
  • M: numero di rotelle mancanti,
  • C: tipo di ciutìa, dove:
      • ciutìa buona, se M = 1
      • ciutìa cattiva, se M > 2

Per coprire ogni possibile M, almeno così dice Chat GPT, possiamo completare la definizione così:

Ma se non apprezzate i linguaggi formali, torniamo al linguaggio comune.

La ciutìa buona è quel pizzico di follia che dà il coraggio di vivere la vita appieno. Con la ciutìa cattiva entriamo nella follia patologica, quella che spinge a dire:

“fammi stare lontana i sa ciòta / su ciùatu”

E, nei casi più estremi (di scemenza terminale, senza speranza di salvezza):

“lascia stare sta ciòta fricata / su ciùatu fricatu”

Nel dibattito medico non si riesce ancora a stabilire se la ciutìa sia qualcosa di origine genetica, cognitiva/comportamentale, o sia dovuta ad virus altamente contagioso. Non è chiaro se Alcmeone di Crotone si fosse già occupato della questione, gli accertamenti sono ancora in corso.

Spostandoci nell’ambito delle scienze sociali, antropologi e linguisti apprezzano le qualità indicali della ciutìa rispetto al contesto sociale. Quando riferita ad una persona, la ciutìa può anche essere usata come vezzeggiativo per indicare qualcosa di adorabile nella sua goffaggine:

“Meh cum’è ciotia sta guagliuna!“ (Guarda quanto è buffa questa ragazza!).

Oppure, qualcuno a metà tra l’ingenuo e lo stupido:

“È nu ciotariaddru” (È pazzerello).

E, se sei di fretta: 

“Ma sì ciùùù? ” (Ma sei pazzo?).

Anche gli studiosi post-umanistici si sono interessati al caso. Affermano che la ciutia si usi anche per indicare oggetti, piccoli o inutili:

“Tutta sta fatica pi’ ‘na ciutia?“ (Tutto questo per una sciocchezza?).

Tuttavia, alcuni critici affermano che il termine più corretto per descrivere tale caso sia chiuritu (prurito). Anche qui, il dibattito è ancora aperto.

Inutile dire che ogni paese calabrese ha le sue inflessioni del termine ciutìa (anche detta a volte ciotìa) ma, affermiamo gloriosamente che nonostante le ingerenze della vecchia Kroton, la Sibaritica ciutìa è riuscita a colonizzare (o quantomeno a farsi conoscere) in tutto il mondo.

Dalle sacre valli del Pollino, si erge un’importante osservazione:

“che la ‘ciutìa’ non è assenza di sapere, ma sapere sballato, delirante, straccione, a testa in giù”
(da Le Cronache Lucane).

Su quest’eco torniamo all’argomento principale di questo articolo: la funzione epistemica della ciutìa.

Abbiamo illustrato le diverse qualità della ciutìa.

  • La ciutìa indica (ed è indice di) informazioni rilevanti.
  • La ciutìa è versatile, applicabile in diversi campi della conoscenza.
  • La ciutìa è sintetica, riassume  situazioni complesse segnalando rapidamente soluzioni spesso da scartare.

Per questo motivo, la ciutìa sta a fianco della teoria: inquadrando una si scorge anche l’altra.

Facciamo qualche esempio.

Se pensi che tutte le donne abbiamo una inclinazione al gusto agrodolce, stai enunciando una ciutìa (sei pregiudizievole, nu ciùatu, escludi tutto un mondo di eccezioni). Se pensi che gli esseri umani abbiano tutti diverse preferenze stai enunciando una teoria (sempre verificabile senza troppi giri di parole).

Ma anche chi afferma che “L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, sostituita dalla proprietà collettiva realizza l’uguaglianza sociale e la distribuzione equa delle risorse” sta affermando una ciutìa secondo, ad esempio, Javier Milei – chiamato “El Loco” ma, per le sue origini Sibaritiche sarebbe più corretto definirlo “Nu Ciùatu” (secondo noi, M = 1, nel miglior spirito garantista).

Non siete d’accordo? Pazienza. Ognuno è libero di essere ciotariaddru quanto gli pare. L’importante è attestarsi su M ≤ 2, e mai confondere teoria con ciutìa: l’una senza l’altra non esiste, ma non sono intercambiabili. 

I veri filosofi analitici tra voi avranno certamente da obiettare che in questo saggio parliamo sia di ciutìa come “stato (di fatto)” e sia di ciutìa come “giudizio”. Sospendiamo qui il saggio nella speranza che altri ciotisti vogliano proseguire l’esplorazione.

—🪱 Minfresco Canti, Rizzo Carfence, Aurorio Cenacolo, Vela-Mare Cloncimo, Desegone Di Meo,  Franca De Anito, Diletto Giglioi, Sratu Lecida, Artergia Mitali, Valenzio Nova, Petra Osomine,  Zotterando Sali, Graficence Scare, Connettina Toasi

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