
Come noto, vari pensatori e filosofi si sono chiesti come possiamo essere sicuri di esistere; cosa può rendere indiscutibilmente solida la nostra convinzione di essere vivi. È appena il caso di ricordare il celeberrimo tentativo di Cartesio sfociato nel proverbiale “cogito ergo sum” (secondo alcuni, anticipato in realtà da Sant’Agostino e da altri). Molti di questi tentativi – compreso quello di Cartesio – non sono tuttavia risultati decisivi. Sino a che non si è messa di mezzo la burocrazia italiana che ha inventato nientepopodimeno che la “autodichiarazione di esistenza in vita”.
Dai siti dei vari comuni italiani è possibile scaricare facilmente tale mirabolante documento attraverso il quale la persona X autocertifica, con tanto di data e firma, di (per citare le due formule più frequenti) “essere tuttora in vita” o di “essere tuttora vivente”. Si noti la centralità del termine “tuttora”. (Secondo la Treccani, si usa “tuttora” per indicare il “perdurare di un’azione anche nel tempo presente”!). Più rara la formula, il sottoscritto etc. etc. “dichiara la propria esistenza in vita” (nel modulo di un comune italiano compare in questo caso “Vita” con la lettera maiuscola).
Cosa se non un’autodichiarazione firmata e datata poteva risolvere l’arduo problema filosofico concernente la certezza di esistere? Ricordo qui che il filosofo italiano Maurizio Ferraris ha sostenuto la cosiddetta tesi della “documentalità” secondo cui tutti gli “oggetti sociali” (ossia, realtà come i matrimoni o le lauree) esistono solo in virtù di documenti. Tesi ardita (e da alcuni criticata). Ma la burocrazia italiana va ben oltre: l’esistenza stessa degli esseri umani dipende da un (auto-certificante) documento!
La brillante soluzione scovata dalla burocrazia del nostro paese apre tuttavia nuovi impervi problemi filosofici.
Un primo problema è che, come riportato in vari moduli, l’autocertificazione ha validità per sei mesi; indipendentemente dunque, verrebbe da dire, da qualsiasi infausto evento che potrebbe nel frattempo intercorrere? Qui sembra crearsi un interessante attrito tra la realtà istituzionale – per dir così, generata dal documento in questione – e un fatto bruto – l’eventuale dipartita del nostro X (gli amanti del filosofo americano John Searle potranno qui sbizzarrirsi ad affinare ed affilare la questione).
Un secondo problema filosoficamente provocante è che, nei moduli predisposti dalla burocrazia italiana, è sempre presente la formula “consapevole che chiunque rilascia dichiarazioni mendaci è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia”. Ora, cosa sarebbe una dichiarazione mendace in questo caso? Ad esempio, quella compiuta da un dichiarante morto (a cui dunque vanno comminate le sanzioni previste)?
In conclusione, se per certi versi la burocrazia italiana ha trovato una soluzione elegante a un annoso problema filosofico ha tuttavia aperto la strada a nuove, feconde domande perché la riflessione continui.
— 🪱 Quentin Bizantino
