La lingua non s’impone

Correva l’anno 1933 quando vedeva la luce un affascinante volume intitolato Barbaro dominio, che aveva il compito di raccogliere una serie di termini, frutto di prestiti linguistici, e italianizzarli, partorendo splendori come panfilo (che sarebbe lo yacht) o il famosissimo tramezzino, italianizzazione di sandwich partorita da Gabriele D’Annunzio. Il libro era l’apice di una politica verso la quale, oggi, buona parte di noi si farebbe una grassa risata: figurarsi, eliminare i prestiti linguistici per utilizzare le meno popolari versioni tradotte. Ma la politica linguistica del regime lasciò, che ne siamo o meno consapevoli, dei solchi profondi in alcune cose che sono diventati la nostra forma mentis: basti per esempio pensare alla dizione, tema caldo alla metà degli anni Venti fra radio e cinema sonoro, e di cui il fascismo impose l’impiego in virtù dell’eliminazione dei dialetti regionali (idea, questa, già figlia delle questioni linguistiche rinascimentali a cui il fascismo non poteva che rifarsi). Ma figurarsi: questo tipo d’imposizione non fa più parte della nostra cultura, no? Ecco, non è proprio vero e ora vi spiego perché.

Partiamo dall’esempio che sicuramente hanno sentito tutti: un politico italiano che, una mattina, si sveglia di buon’ora e decide, una volta tanto, di lavorare. Il magistrale impiego di risorse intellettuali da lui dispiegato produce un mirabolante disegno di legge: multare chiunque utilizzi, in atti pubblici, termini come sindaca o avvocata, quei neologismi che potremmo definire femminilizzanti, insomma, e che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni, con l’aumento dell’attenzione sulle questioni di genere. Chiaramente il politico in questione, da scaltro stratega quale si rivela essere, non s’aspetta minimamente la più che prevedibile alzata di scudi che trasforma la sua idea in un caso nazionale. Fortuna vuole, per il governo, che costui sia uno di cui nessun cittadino ha mai sentito parlare prima d’ora: basta affossare la bislacca proposta, rimetterlo nella naftalina da cui è venuto e al limite fare un paio di commenti a margine. Tutto risolto insomma, no? E invece no.

È lapalissiano come la proposta in oggetto non fosse altro che una bieca imposizione autoritaria, che ricorda parecchio quelle di mussoliniana memoria e che, in nome di tutto ciò che è sacro, ci priva della libertà in uno degli strumenti più importanti che abbiamo: la lingua. Sì perché la lingua, che tanto diamo per scontata, è il nostro principale canale di comunicazione e, in quanto tale, deve restare libero, per far sì che anche le nostre menti siano libere. Non sarà mica un caso se Orwell, nello scrivere il suo 1984, proprio sull’imposizione linguistica abbia concentrato la sua attenzione. Però quel politico è stato sconfitto, quindi verrebbe da festeggiare e, se doveste farlo, sappiate che state dimenticandovi dell’elefante nella stanza.

Leggevo una dichiarazione sul tema di Claudio Marazzini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che sottolineava dove stesse in realtà il problema. Non un certo politico o partito con le loro proposte di legge bizzarre o quest’imposizione forzata della dizione a tutti i costi (come se l’intelligenza fosse inversamente proporzionale all’accento o ai dialettismi, poi). Il problema si chiama “autoritarismo linguistico” ed è l’idea che l’uso linguistico possa essere modificato così, schioccando le dita. È autoritaria l’idea di chi pensa di poter decidere che pronomi vuole usare o che, da oggi, non si dice più sindaco ma sindaca. E questo per non parlare di sedicenti linguisti che si fanno in quattro per promuovere l’uso della schwa raccontando, a sostegno dell’utilità di questa modifica, teorie linguistiche che in duecento anni nessuno è mai riuscito a dimostrare (parlo del relativismo linguistico, è una storia lunga e spiegarla tutta ora sarebbe troppo). Vi svelo una turpe verità: che siate fanatici di schwa e asterischi, protettori della lingua di Dante (che però era il volgare, non l’italiano che manco esisteva) o paladini del femminile sovraesteso, sappiate che, nel momento in cui volete imporre ad altri l’uso della lingua che credete migliore, state applicando una forma di autoritarismo linguistico. Perché il punto non è cosa volete ottenere, ma come volete ottenerlo. Un altro segreto da svelare potrebbe essere che le lingue evolvono, sì, ma da sole, seguendo l’uso comune (i dialetti, che tanto stanno antipatici a tutti) e che, per inciso, la lingua che oggi chiamiamo italiano standard (vale a dire quello grammaticalmente ineccepibile) che tanto vorremmo cambiare o preservare, viene proprio da un’imposizione autoritaria ed è per questo che non la usa praticamente nessuno nel parlato.

Chiudo facendovi notare una piccolezza. Esistono, al mondo, lingue che non prevedono affatto la declinazione di genere. Non c’è maschile o femminile, insomma, e spesso nemmeno le flessioni verbali. Si chiamano lingue isolanti: cercate su Google se non ci credete. Fra le lingue isolanti, la più nota è senza dubbio il cinese: è la ragione per cui gli immigrati cinesi hanno, di solito, difficoltà nel comprendere come usare i verbi o i sostantivi in italiano. Niente genere dei sostantivi. Ora, resto in attesa di un ferreo sostenitore del relativismo linguistico che mi racconti come l’asettica lingua cinese, che non fa distinzione alcuna fra uomini e donne, abbia prodotto una società assolutamente egualitaria fra uomini e donne in Cina. Fatemi un colpo di telefono a dimostrazione avvenuta.

—🪱 Alexander ReCharge

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